La crisi della democrazia europea, l’avanzata delle destre nazionaliste, le conseguenze delle politiche neoliberiste e il rischio di una deriva autoritaria dell’Unione europea. Ma anche il futuro della politica di coesione, le criticità del nuovo bilancio pluriennale, la competitività industriale e la necessità di costruire una vera difesa comune europea, superando la logica dei riarmi nazionali. Sono alcuni dei temi affrontati da Fabrizio Barca, già ministro per la Coesione territoriale e coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, in un’intervista rilasciata a Focus Europe.
Partendo dalle riflessioni contenute nel libro Democrazia alla prova, appena pubblicato insieme a Luca Borzani per Feltrinelli, Barca ricostruisce le radici della crisi democratica europea, individuando nell’affermazione del modello neoliberista e nell’indebolimento delle politiche sociali e territoriali alcune delle principali cause della crescente sfiducia dei cittadini nelle istituzioni.
L’ex ministro rivolge critiche anche al rapporto Draghi sulla competitività, al progressivo ridimensionamento delle ambizioni del Green Deal e all’impostazione del nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Al centro della sua analisi c’è la necessità di rilanciare un’Europa capace di intervenire concretamente sulle disuguaglianze, investire nella ricerca pubblica e nella scienza aperta e rafforzare la propria capacità di governo. Un obiettivo che, secondo Barca, richiede anche un deciso potenziamento della struttura amministrativa della Commissione europea, oggi insufficiente per accompagnare e monitorare efficacemente le politiche dell’Unione.
Qui l’intervista completa rilasciata a Focus Europe
Nel suo libro Democrazia alla prova, scritto con Luca Borzani, sostiene che la crisi delle democrazie non sia un fenomeno improvviso, ma il risultato di scelte politiche compiute negli ultimi decenni. Quanto ha pesato il modello economico e sociale adottato dall’Unione europea nell’alimentare le disuguaglianze e la sfiducia nelle istituzioni? E quanto è responsabile dell’avanzata delle destre nazionaliste?
Riformulerei la domanda. Il modello economico e sociale affermatosi in Europa, soprattutto dalla fine degli anni Novanta, è stato profondamente influenzato dall’egemonia culturale neoliberista. Ne ho discusso con Mario Monti in uno scambio sul Corriere della Sera, al quale rinvio volentieri.
Monti osserva giustamente che, quando l’Unione europea ha cominciato finalmente a politicizzarsi — un passaggio inevitabile con la preparazione e l’adozione dell’unione monetaria, che richiede anche un’unione fiscale e politica —, la politica che è entrata in Europa era una politica nazionale di cattiva qualità. Ripenso a quella fase attraverso gli occhi di Tommaso Padoa-Schioppa: stavamo compiendo un passo rischioso, ma confidavamo che l’Europa avrebbe reagito sul piano politico, perché un’unione monetaria non può reggere senza i passaggi successivi.
L’Europa è diventata così vittima dell’involuzione delle politiche nazionali, sotto l’egemonia neoliberista. Quando questa involuzione ha raggiunto Bruxelles, ha finito per condizionare anche le istituzioni europee. È stato, però, un processo graduale. Sono stato assistente di due commissari alle Politiche regionali e ricordo che, ancora nel primo decennio di questo secolo, grazie anche alla spinta della commissaria Danuta Hübner (commissaria europea per la Politica regionale dal 2004 al 2009, ndr), disegnammo una strategia per perseguire l’obiettivo della coesione attraverso politiche sensibili alle persone nei luoghi. Era un approccio condiviso da realtà diverse: dalla Polonia all’Estonia, dall’Austria alla Francia, dall’Italia alla Gran Bretagna.
All’inizio del secolo si è combattuta, dunque, una battaglia tra due visioni dell’Europa: una aveva in Jacques Delors e Tommaso Padoa-Schioppa i suoi punti di riferimento; l’altra ha finito progressivamente per prevalere. È una battaglia che, per ora, abbiamo perso.
Nel suo intervento sul Corriere della Sera, rispondendo a Mario Monti, sostiene che il pericolo non sia soltanto la frammentazione dell’Unione europea, ma anche il rischio che l’UE venga messa al servizio di una dinamica autoritaria. Quali segnali concreti vede oggi di questa trasformazione? E ritiene che le istituzioni europee abbiano gli strumenti politici e democratici per contrastarla?
I segnali li vedo anche ai livelli più alti. Lei conosce probabilmente il mio giudizio molto critico sul piano di Mario Draghi (qui il riferimento al comunicato del Forum Disuguaglianze e Diversità del 24 ottobre 2024, ndr). Esistono poi i livelli attuativi della politica, ma sono proprio gli errori compiuti in alto ad aprire la strada alle derive successive.
È sacrosanto chiedere all’Europa di agire insieme e di tornare a fare strategia e programmazione. Il problema è il modo in cui si traduce questa esigenza. Anziché rafforzare la concorrenza, uno dei punti di forza dell’Europa, in quel piano si propone di favorire la concentrazione delle grandi corporation, inseguendo il modello americano. Anziché puntare sulla scienza aperta, un’altra forza europea, si insiste sulla commercializzazione della conoscenza.
Non si riconosce, inoltre, il valore dell’Europa sociale in quanto tale. Freud, rispondendo a Einstein sul tema della pace, richiamava l’identificazione reciproca fra i popoli come la sola strada. È questo il senso profondo della coesione: le politiche sociali non devono limitarsi ad attenuare le conseguenze di altre scelte, per evitare che i cittadini le respingano. Hanno un valore in sé, come impegno reciproco ad accrescere la giustizia sociale.
A questi tre aspetti se ne aggiunge un quarto, grave: in materia di difesa non si parte dall’assoluta necessità di definire una strategia europea di politica estera e quindi un piano strategico europeo per una difesa comune. Si prende invece atto della spinta ad aumentare la spesa e si propone di orientarla verso investimenti con forti ricadute tecnologiche.
Se questa è l’impostazione ai livelli più alti, le conseguenze si vedono poi nelle scelte concrete: il passo indietro sul Green Deal, una difesa affidata a tante politiche nazionali anziché a una politica europea comune e un dibattito sul bilancio dell’Unione che parte povero. È un avvio triste, non soltanto per la richiesta di ridurre le risorse, contraria a ciò che servirebbe, ma anche per la profonda disattenzione verso la coesione e la dimensione territoriale.
Ma di fronte alla concorrenza di Stati Uniti e Cina, quali alternative concrete propone per rilanciare l’industria europea senza compromettere il modello sociale dell’Unione?
Prima di tutto, bisogna giocare la carta europea della scienza aperta. Nel 2019, come Forum Disuguaglianze e Diversità, abbiamo sostenuto con forza la proposta di Biomed Europa. La proposta è arrivata fino al Parlamento europeo, dove ha raccolto un sostegno significativo, anche al di là dei tre grandi gruppi parlamentari.
L’obiettivo era evitare di affrontare un’altra pandemia nel modo in cui abbiamo affrontato l’ultima: dotarci di un grande centro di ricerca in grado di seguire anche l’ultimo miglio, lavorando non soltanto sui possibili virus, ma anche sulla resistenza agli antibiotici. Parliamo di un disegno che attiverebbe anche filiere produttive sane. Nelle consultazioni, infatti, la proposta ha ricevuto il parere positivo dell’associazione delle imprese farmaceutiche europee, mentre è stata contrastata dalle Big Pharma, che avrebbero visto ridursi le proprie rendite.
Un’altra strada è quella indicata dal premio Nobel Giorgio Parisi, che propone di riportare la ricerca sull’intelligenza artificiale nell’ambito pubblico, attraverso grandi investimenti europei, per sottrarla al controllo esclusivo delle grandi multinazionali tecnologiche.
C’è poi il tema dell’autonomia dei sistemi di pagamento. E dobbiamo evitare di scoprire, una mattina, che scuole, pubbliche amministrazioni o soggetti privati, colpiti dalle decisioni di un potere autoritario statunitense, si ritrovino senza gli strumenti con cui lavorano.
Infine, ci sono le conseguenze ormai inevitabili del cambiamento climatico: incendi, frane, allagamenti, distruzione di vite umane, villaggi e aree industriali. Il Forum sta lavorando a una proposta concreta: riunire l’enorme quantità di dati di cui disponiamo in un’unica piattaforma europea, affidata a un grande soggetto pubblico e non dipendente dai satelliti di un singolo privato. Abbiamo buone previsioni meteorologiche, ma non siamo altrettanto capaci di prevedere e attrezzarci alle conseguenze degli eventi. Dobbiamo colmare questa lacuna.
Sono grandi filiere industriali della pace, non della guerra. Le ho fatto soltanto alcuni esempi: sono filiere legate ai territori, rispondono ai bisogni delle persone, creano buona occupazione e producono effetti positivi sulle comunità locali.
Nel suo articolo propone una difesa comune europea fondata su obiettivi condivisi di politica estera e mette in guardia contro una crescita trainata dagli armamenti. Con la guerra in Ucraina, la minaccia russa e i dubbi sull’affidabilità degli Stati Uniti, come può l’Europa rafforzare la propria sicurezza senza limitarsi a moltiplicare i programmi nazionali di riarmo, con il rischio di accentuare le divisioni tra i Ventisette e la dipendenza da Washington? E come tenere conto delle diverse esigenze di sicurezza, in particolare delle preoccupazioni dei Paesi dell’Europa orientale?
Significa affrontare le insicurezze reali delle cittadine e dei cittadini europei, non quelle presunte o costruite. Significa prendere sul serio la parola “sicurezza” in tutte le sue dimensioni.
Naturalmente, la sicurezza comprende anche la difesa e la protezione dagli attacchi informatici, che sono una realtà e provengono da molti Paesi del mondo. Ma queste minacce devono essere affrontate insieme. Abbiamo parlato moltissimo di difesa comune: dove sono i passi avanti? Non considero tale il via libera al riarmo nazionale. Vorrei, piuttosto, un confronto europeo capace di garantire concretamente la sicurezza delle nostre organizzazioni, anche di fronte agli attacchi informatici.
Una vera politica europea di difesa, inoltre, deve sempre accompagnarsi alla cooperazione. Prima di tutto, dobbiamo chiederci quale sia il disegno europeo di cooperazione con l’Africa e con i Paesi dell’Asia, compresi quelli dell’Asia ex sovietica, dove si è recata anche la nostra presidente del Consiglio. Sono Paesi importanti: qual è la nostra politica comune nei loro confronti?
Non vorrei mai che gli Stati europei assumessero posizioni separate, come avvenne drammaticamente durante la crisi jugoslava, quando decisioni affrettate di singoli Paesi dell’Unione contribuirono ad accelerare la disintegrazione. Se procediamo in ordine sparso, siamo finiti.
Quando si parla di guerra, tendo a fidarmi più dei militari che dei civili. Non a caso fu il generale Eisenhower a mettere in guardia dai rischi dell’apparato militare-industriale. Ascoltando i capi di Stato maggiore, in servizio o in congedo, sento descrivere con precisione come cambino i rischi da un Paese all’altro, anche in base alla collocazione geografica. L’Italia non ha gli stessi problemi di difesa dei Paesi dell’Europa orientale. Ho sentito parlare di droni, naturalmente, ma anche di spionaggio — un tema che mi ha colpito, nel 2026 — e di cybersicurezza.
Vorrei che a discutere pubblicamente di questi rischi fossero innanzitutto le persone competenti, alle quali affidiamo la nostra sicurezza, e che da quel confronto emergessero indicazioni sulle differenze tra le strutture militari e sulle garanzie necessarie. Una garanzia fondamentale è non lasciarsi trascinare in meccanismi automatici che affidino all’intelligenza artificiale decisioni cruciali. Se fossero esistiti meccanismi simili durante la crisi di Cuba, probabilmente oggi non saremmo qui. Dobbiamo discutere pubblicamente dei limiti da porre a queste tecnologie e dei modi per proteggerci dallo spionaggio e dalle altre minacce.
Non sappiamo quanti politici europei ricevano minacce. Il New York Times ha appena pubblicato un’inchiesta dalla quale risulta che oltre quasi metà dei parlamentari hanno subito minacce di violenza personale o alle proprie famiglie. Sono convinto che in Europa abbiamo maggiori capacità di protezione rispetto agli Stati Uniti, ma spesso fenomeni che emergono lì arrivano poi anche da noi. Non voglio che politici e politiche debbano agire sotto minaccia. Ho sentito la presidente del Consiglio italiana affermare più volte: “Non sono ricattabile”. Ne sono sicuro. Ma perché ha dovuto dirlo?
Per me la sicurezza significa anche questo: fare in modo che i governanti, qualunque sia la loro opinione politica, possano lavorare serenamente e che le loro famiglie siano tutelate. Vorrei che ci occupassimo prima di tutto di queste questioni. Solo dopo dovremmo decidere se e quali investimenti militari realizzare, sulla base di scelte delle istituzioni pubbliche, non delle indicazioni di consulenti con legami con le industrie della difesa.
Dobbiamo inoltre chiederci come organizzare la difesa civile. La nostra Costituzione e la Corte costituzionale ci ricordano che la patria può essere difesa anche senza impugnare un’arma. Per questo il Forum Disuguaglianze e Diversità sostiene la raccolta di firme promossa da Emergency per una legge di iniziativa popolare che reintroduca l’obiezione di coscienza. Difendere la patria è un dovere, ma possiamo farlo anche con strumenti civili.
Lei ha citato la politica di coesione. In quale modo la democrazia viene indebolita dallo smantellamento della politica di coesione nella nuova proposta di Quadro finanziario pluriennale della Commissione? E i Paesi che si autodefiniscono “Amici della Coesione” la stanno davvero difendendo oppure perseguono interessi particolari?
Devo fare una premessa fondamentale, e ci tengo che venga riportata. Credo che chi, come me, ha lavorato tanto su un tema non sia la persona più adatta a giudicarlo: il coinvolgimento personale è troppo forte. E, se posso aggiungerlo, è troppo forte anche il dolore. Rinvio allora all’Intervista fatta dalla Newsletter Europa del Forum Disuguaglianze e Diversità a Luca Jahier (già presidente del Comitato economico e sociale europeo). Posso però dirle che cosa servirebbe, partendo dal mio Paese.
Se il modello di riferimento è il PNRR, come si può non capire che, per realizzare infrastrutture fondamentali per ridurre le disuguaglianze, creare buona occupazione e consentire alle persone di restare nei propri territori, bisogna coinvolgere le persone nei luoghi? Bisogna definire gli obiettivi — e alcuni di quelli del PNRR erano giusti —, lasciando però che la loro traduzione concreta, territorio per territorio, nasca da un confronto, anche duro, fra centro e periferia. È questa l’essenza delle politiche sensibili alle persone nei luoghi. Il contrario di quanto è accaduto in Italia, dagli interventi sui borghi a quelli sulle città e sulle scuole
Faccio un esempio. In una scuola situata in un territorio difficile, con molte famiglie migranti, il problema può essere convincere le ragazze a proseguire gli studi anche dopo i sedici anni. Dopo che una su quattro di esse ha già abbandonato dopo la licenza media. A quella scuola potrebbero servire due mediatori capaci di dialogare con i luoghi di culto e con le comunità di appartenenza delle famiglie. Invece, la scuola si ritrova obbligata a realizzare un intervento infrastrutturale, assumendosi ulteriori oneri amministrativi. Il centro le ha imposto di spendere entro una certa scadenza e gli uffici hanno dovuto realizzare interventi di cui non avevano bisogno.
È un esempio estremo di quello che Joan Robinson chiamava “keynesismo bastardo”: l’idea che basti immettere domanda nel sistema, indipendentemente dalla sua destinazione, perché poi si generino profitti, salari e rendite. Ma non era questo il senso del pensiero di Keynes. Lo Stato deve mettersi al servizio delle persone e cercare di realizzare ciò che esse ritengono utile a migliorare la propria vita. Questo richiede un dialogo tra centro e territorio. Era la politica di cui discutevamo con Danuta Hübner e che ritrovavamo in esperienze europee molto diverse, dalla Polonia al Galles, dalla Spagna all’Italia.
È così che si restituisce alle persone il senso della democrazia: si dimostra che lo Stato serve. Se invece si riversano risorse su un territorio limitandosi ad apporre una targa dell’Unione europea, si possono generare salari e profitti e prolungare la sopravvivenza di quel luogo. Ma le persone, se non hanno alternative, continuano a viverci senza riconoscere alcun valore all’intervento. E finiscono per giudicare negativamente anche l’Unione europea, alla quale attribuiscono la responsabilità di quelle scelte.
C’è poi un punto fondamentale: il numero dei funzionari con cui la Commissione europea segue queste politiche. Non si può esercitare una funzione di governo federale senza disporre di un organico assai più numeroso. Senza altri, scrissi nel 2017, 500 funzionari non è possibile monitorare e accompagnare l’attuazione delle politiche, con un metodo che non sia né semplicemente dall’alto verso il basso né dal basso verso l’alto, ma fondato sul confronto prima con gli Stati e poi con i territori.
Quando ero ministro, insieme al presidente della Regione Campania Stefano Caldoro riuscimmo a compiere passi importanti su grandi infrastrutture di Napoli, a partire dalla metropolitana. Fu possibile perché collaboravamo e perché avevamo mobilitato un sostegno a Bruxelles. Quella triangolazione tra governo nazionale, Regione e Commissione funzionò. È un metodo valido anche per le realtà più piccole.
Perché continuiamo a considerare le assunzioni e il costo del personale a Bruxelles come se fossero il problema? Perché siamo ancora prigionieri delle conseguenze della vicenda Santer (il riferimento è alla crisi istituzionale del 1999, che portò alle dimissioni dell’intera Commissione europea presieduta da Jacques Santer e a una profonda riforma amministrativa dell’esecutivo comunitario, ndr)? È diventato di moda sostenere che i funzionari europei siano troppi e che passino il tempo in poltrona a Bruxelles o a Strasburgo. Mi sente parlare con un tono un po’ sopra le righe perché nella vita ho fatto politica e non capisco perché manchi una forza politica europea capace di dire con franchezza che abbiamo bisogno di più Stato federale europeo. Prima ancora di modificare i Trattati, possiamo fare molto con le regole esistenti.
Persino il PNRR, pur con tutti i suoi limiti, avrebbe potuto funzionare diversamente se Bruxelles avesse avuto sette volte il personale e fosse stata in grado di contestare le scelte sbagliate del piano italiano. Come Forum Disuguaglianze e Diversità scrivemmo alla presidente Ursula von der Leyen, indicando i punti che, come cittadini e organizzazioni di cittadinanza, chiedevamo di modificare. Le nostre osservazioni trovarono una piccola eco nelle parole pronunciate dalla presidente a Roma, insieme a Mario Draghi, in occasione dell’approvazione del piano. Ma non cambiò nulla.
Bisogna realizzare interventi utili, altrimenti si innesca il meccanismo descritto da Mario Monti: alla fine, i governi dicono che è colpa dell’Europa. Si attua male una politica, Bruxelles non riesce a correggerla, si rinuncia a utilizzare adeguatamente le istituzioni europee e poi si attribuisce loro la responsabilità del fallimento.

